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Nuove dipendenze


La dipendenza dal lavoro

Giuseppe Luigi Esposito risponde a Adriana, 19/09/2008


Domanda
Ho letto sulla locandina del convegno dell'8.11 a Firenze... alla saturazione del tempo della dipendenza dal lavoro ed ho visto me stessa incapace di lasciare il lavoro al termine dell'orario, me stessa in giro sempre con cartelle di lavoro da fare anche a casa e poi me stessa incapace di star seduta senza far niente sempre occupata a far qualcosa per qualcun altro e poi sempre frustrata perché non ricevo le aspirate gratificazioni. E allora, dopo le ferie, buoni propositi di abbandono del lavoro in tempi obiettivamente ragionevoli: che dopo una settimana già vedo impossibile realizzare, già mi ritrovo "ingolfata" da compiti per gli altri che non chiedo ma non rifiuto... quale speranza? Dove trovare le risorse per rallentare la pressione? Le 3 settimane di vacanze sono state occupate a prendermi cura di un intestino bloccato che non sapevo fosse così pieno. Grazie

Risposta
Cara Adriana, innanzitutto brava… per essersi presa cura di se stessa scrivendo questo messaggio. E’ un buon inizio per aprire le porte alla speranza, porte che lei chiude ogni volta che si occupa dei compiti altrui, compiti che lei asserisce di non chiedere (ne è certa?) e nemmeno di rifiutare (ne è certa?). Ciò che di fatto accade è che lei, proprio lei, senza accorgersene, li chiede e… poi li rifiuta… per ricominciare daccapo il solito giro vizioso. Li chiede, sì, per impegnarsi in qualcosa e dimenticarsi di se stessa.

E sa perché vuole dimenticarsi di se stessa? Perché si giudica incapace (“incapace di lasciare il lavoro” … “incapace di star seduta” …). E per coprire questo giudizio che ha di se stessa si sente obbligata a mostrare agli altri (e purtroppo non a se stessa) che è capace, quindi accetta di sobbarcarsi più del necessario, rimandando e accumulando nel suo intestino i suoi veri e reali bisogni. Dice di sentirsi “sempre frustrata perché non riceve le “aspirate gratificazioni”: ma questa è l’ovvia conseguenza per chi non guarda ai propri bisogni in prima persona e aspetta, come una bambina immatura, che siano gli altri a darle gratificazione.

La vera gratificazione ci arriva dal vedere, riconoscere, ammettere e dare spazio ai propri bisogni. E’ ovvio, e mi pare anche giusto, che le 3 settimane di vacanza se le sia prese il suo intestino tenendola impegnata. Il suo intestino non l’ha tenuta bloccata, l’ha soltanto invitata a prendersi cura del suo corpo “interiore” (e non solo). Purtroppo non è stato del tutto ascoltato, così come, molto probabilmente, lei non è stata ascoltata quando era bambina da sua madre. Non è stato compreso nel suo linguaggio somatico, che non è quello delle cartelle di lavoro e dei compiti altrui.

Che ne dice di lasciare agli altri il loro compiti e incominciare a prendersi cura dei suoi.

Le risorse: dove trovarle? Che ne dice di cominciare a dire NO più spesso a qualcuno e dire di SI più spesso a se stessa, al proprio intestino, alla propria visceralità e -perché no?- alla propria rabbia e aggressività?

Le risorse le ha, soltanto che lei le impiega tutte per gli altri e ne lascia poche per se stessa. L’equilibrio vuole che il saldo tra i SI’ e i NO sia sempre in pareggio. Visto che ama prendersi i compiti altrui si prenda il compito di “quell’altra Adriana” che è in sé, le apra le porte della speranza e delle aspirate gratificazioni, altrimenti la prossima estate non le basteranno nemmeno 3 settimane. Con affetto e simpatia.

Risponde
Giuseppe Luigi Esposito, Psicologo Psicoterapeuta


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